Alzheimer: nuovi sviluppi in ambito diagnostico e terapeutico


Negli anni ’50 del secolo scorso Elizabeth Bishop, nella sua poesia “L’arte del perdere”, scriveva come l’arte di perdere non fosse difficile da imparare.


Così tante cose sembrano pervase dall’intenzione di essere perdute che la loro perdita non è un disastro”.

Ma è davvero così? E se a essere persa fosse la nostra stessa capacità di comunicare e relazionarsi con l’esterno? Questo è ciò che succede ad una persona affetta dal morbo di Alzheimer (AD). La malattia, infatti, fa perdere al paziente progressivamente la memoria, le abilità intellettive e comunicative, la capacità di relazionarsi con gli altri, e il senso dello spazio e del tempo. In ultima analisi, la stessa percezione del mondo. La malattia di Alzheimer è la forma più comune di demenza degenerativa, e gli studi concordano nell’identificare nei pazienti affetti il comune accumulo di una piccola proteina, chiamata peptide β-amiloide, in placche e grovigli neuro fibrillari; tuttavia, ancora oggi la causa principale di questo accumulo non è conosciuta, né, purtroppo, esistono farmaci in grado di fermare e far regredire la malattia. Tutti i trattamenti ad ora disponibili puntano a contenere i sintomi: ad uno stadio lieve, i principali farmaci funzionano come inibitori dell'acetilcolinesterasi, un enzima che distrugge l'acetilcolina, il neurotrasmettitore carente nel cervello dei malati di Alzheimer.


La ricerca fortunatamente non si ferma: recentemente, è stata pubblicata una ricerca sulla rivista internazionale Cell dai ricercatori dell'Albert Einstein College of Medicine di New York, che fa luce su alcune proteine “spazzine” (chiamate chaperonine) che sarebbero in grado di eliminare la β-amiloide che si accumula nel tessuto cerebrale in modelli murini. La rimozione avverrebbe quindi da parte di queste chaperonine il cui compito è proprio quello di trasportare la 'spazzatura' agli inceneritori cellulari, i lisosomi, organelli contenenti enzimi digestivi. Per gestire correttamente i rifiuti, questi spazzini molecolari devono agganciare il loro bidone al recettore LAMP2A posto sulla membrana dei lisosomi: più recettori LAMP2A sono presenti e funzionanti, più efficiente sarà la pulizia. Grazie alla comprensione di questo meccanismo molecolare, i ricercatori dell’Albert Einstein College sono stati in grado di mettere a punto una molecola che ha la capacità di far aumentare il numero di questi recettori LAMP2A. Secondo lo studio, dopo 4-6 mesi di somministrazione orale di questa molecola, i topi hanno mostrato un miglioramento dei sintomi dell'Alzheimer e una riduzione degli agglomerati di proteine difettose nel cervello. Un altro innovativo approccio terapeutico in via di sperimentazione riguarda gli anticorpi monoclonali –utilizzati come immunoterapia- in grado di eliminare gli accumuli di β-amiloide già a partire da stadi precoci prime della malattia.


Se fino a poco tempo fa la diagnosi certa era autoptica - basata sulla ricerca istologica dell’amiloide nei tessuti post mortem- oggi un esame diagnostico non invasivo permette il riscontro e la visualizzazione dell’accumulo di β-amiloide in vivo. Si tratta della Tomografia ad Emissione di Positroni (PET) con il tracciante Vizamyl. Questo è un radiofarmaco (un medicinale con piccole quantità di una sostanza radioattiva) per uso diagnostico, dove il tracciante radioattivo viene somministrato per via endovenosa, entra nel torrente circolatorio, attraversa la barriera ematoencefalica e si lega selettivamente alle placche di β-amiloide.


L’immagine ricostruita sarà una mappa dei territori cerebrali nella quale il medico nucleare potrà verificare la presenza di captazione patologica laddove il farmaco si è accumulato, ovvero a livello delle placche di β-amiloide. In particolar modo, nell’AD, la proteina amiloide si accumula prevalentemente a livello della corteccia temporale, parietale, del giro del cingolo e, nelle fasi più avanzate, nei territori della corteccia frontale. Un imaging positivo vede l’accumulo del farmaco radioattivo in tali territori e ciò, oltre ad assumere valore diagnostico permette, attraverso un’analisi quantitativa, di stabilirne la prognosi. Attraverso dei software dedicati, il medico nucleare, sceglie la modalità di colorazione che può essere orientata verso la scala di gradazione dei grigi oppure su una scala di colori che attribuisce al rosso le aree a maggior densità di beta amiloide e al verde/blu le aree sane.


Diagnosi e terapia sono strettamente legate tra loro; più precoce è la diagnosi, più sarà possibile, con la terapia adeguata, rallentare il decorso della malattia. La strada verso la cura dell’Alzheimer è ancora lunga e ricca di ostacoli, tuttavia, conoscere sempre meglio il nostro avversario ci permetterà di trovare le armi per distruggerlo.


Federica Stracuzzi



Fonte foto: Lundqvist et al. (2013) 10.2967/jnumed.112.115006