Coronavirus, quando finirà? Come si stima la fine di una pandemia

Alzi la mano chi, in queste settimane, si è posto questa domanda. Ogni giorno leggiamo i numeri più disparati, e cercare di dare un senso a tutte le informazioni risulta molto difficile, anche per i più esperti. La speranza che ci accomuna è quella di voler porre la parola fine a questa emergenza; ma una risposta sicura e univoca esiste?

Risposta breve:

No, non sappiamo con certezza quando tutto questo finirà.


Risposta lunga:

Sono anni che le organizzazioni scientifiche e gli esperti di politiche sanitarie avvisavano circa la nostra impreparazione a far fronte ad una nuova pandemia. Era, per altro, per molti, solo una questione di tempo perché tale pandemia scoppiasse; a fine 2019 una simulazione dello stesso Dipartimento di Salute statunitense con il nome in codice “Crimson Contagion” aveva immaginato un’influenza pandemica, originata proprio in Cina, che avrebbe portato ad oltre 500.000 morti. E sempre a fine 2019, il JHCHS, Centro di ricerca di Sicurezza Sanitaria della nota Johns Hopkins, aveva ospitato “Event 201”, analisi circa un simulato focolaio epidemico causato proprio da un coronavirus. Il risultato? L’esercizio aveva predetto la morte di oltre 65 milioni di persone.


Nessun complotto all’orizzonte: nessuno ci ha tenuto nascosto COVID-19, gli USA non l’hanno creato per qualche strana ragione, né tantomeno la stima della Johns Hopkins deve portare a pensare che in questa nostra emergenza moriranno in così tanti. Il messaggio principale è però che la pandemia era prevedibile, e tuttavia non l’abbiamo prevista. Così come non abbiamo adottato le corrette misure per tempo, né c’è stata una corretta informazione, mediatica e istituzionale. Possiamo però predire la fine?


Le previsioni sull’infezione e sul bilancio delle vittime si basano sul campione e pertanto sulla qualità dei dati disponibili. Da un punto di vista metodologico, regna l’incertezza circa troppe variabili: su quelle esogene, ovvero le politiche restrittive messe in atto, che si differenziano di paese in paese, su quelle relative al processo, ovvero come vengono contati i morti e gli infetti, anche queste diverse tra paesi, e su alcune variabili epidemiologiche più generali, circa la diffusione del virus per esempio. Per questo vediamo ogni giorno diversi scenari, chi ci dice che per Pasqua possiamo tornare alla tranquillità, chi è alla disperata ricerca del giorno X per il famigerato “picco”. Perché dipende da quali assunzioni facciamo nei singoli modelli statistici, e dalle semplificazioni in essere di volta in volta.


Se dal punto di vista psicologico e sociale voler trovare una data certa è comprensibile, i modelli e le stime di questi giorni che si basano ognuno su assunzioni a priori diverse non possono dare certezze. Molti dei modelli di previsione si basano per esempio sulla pandemia del 2009 (l’ultima prima di COVID-19), che però era un sottotipo di virus influenzale: siamo sicuri che il nuovo coronavirus si comporti in modo analogo? E ancora, altri modelli prevedono di livellare le strategie di contenimento presupponendo che ognuna di esse abbia la stessa forza nel ridurre il contagio, oppure si fanno paragoni con quanto accaduto in Cina. Senza contare che i dati stessi, su cui i modelli si basano, sono in primis oggetto di dubbio. Per una serie di ragioni, alcune delle quali indipendenti dalla nostra volontà, mentre altre legate alla metodologia non corretta adottata soprattutto nelle prime fasi, i numeri che vediamo ogni giorno aggiornati dalla Protezione Civile sono poco utili. Incompleti, non aderenti, parziali, non uniformi e incostanti, i dati disponibili devono essere presi talmente tanto con le pinze, che noi di Mada abbiamo deciso di non fornire aggiornamenti quotidiani né periodici sull’andamento del contagio, quanto invece contribuire a raccontare la diffusione al di là dei numeri.


In definitiva, quando finirà?


Le previsioni, seppur parziali, sono molto utili per pianificare strategie e interventi, ma rimangono poco interessanti per il cittadino comune, che rischia di aggrapparsi fiducioso ad una data, con l’alto rischio di vedere le proprie speranze disattese. Ci sono molte incognite e ad ora non ci sono elementi per fare previsioni certe attraverso modelli predittivi attendibili. Questo però non deve demoralizzarci, più di quanto non lo siamo già, vista la situazione, né farci prendere dallo sconforto: indipendentemente dalla data di fine epidemia, dobbiamo tenere bene a mente che il ritorno alla normalità dovrà essere graduale, per non vanificare gli sforzi di queste settimane.


Carlotta Jarach

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