Coronavirus, la Fase 2: attenzione al case fatality rate

Viene chiamata “Fase 2” l’iniziale allentamento delle restrizioni verso un lento ritorno a quella quotidianità ormai abbandonata dall’inizio del lockdown, circa un mese fa. Ci sono varie ipotesi, che spaziano dalla creazione di turni per andare a lavorare, alle Università da lasciare chiuse, all’accesso ai negozi scaglionato… Non sappiamo bene tutte le caratteristiche che questa fase avrà o quando essa inizierà, ma non vediamo l’ora che una ripresa, seppur lenta e graduale, avvenga. Necessaria sicuramente per la tenuta psicologica dei cittadini e per l’economia del paese, la Fase 2 deve fare però i conti con un protagonista che fa capolino dai numeri da cui siamo troppo spesso sopraffatti: il CFR, ovvero il case-fatality rate.

Cos’è il case-fatality rate?

Si tratta di un concetto molto semplice; il case fatality rate, che chiameremo per l’intero articolo con la dicitura inglese CFR, è noto in italiano come “tasso di letalità” Altro non è che il rapporto tra i decessi e i casi confermati, e ci dice quanto la malattia sia pericolosa per coloro che vengono infettati. Questa misura non deve essere confusa con il tasso di mortalità, che indica invece qual è il rapporto con tutta la popolazione esposta alla malattia, e non solo coloro che si sono ammalati, e rappresenta quindi il rischio di sviluppare la malattia in termini più generali. Non si spaventeranno i lettori, ma applichiamo un pizzico di matematica: il CFR sarà quindi una semplicissima divisione tra il numero totale di morti e il numero di casi affetti nella stessa popolazione e nello stesso periodo. Chiameremo il nostro numero di decessi N e il nostro numero di infetti I.




Il CFR può essere anche espresso come percentuale, semplicemente moltiplicando per 100. Questo è tutto ciò che ci serve per capire con serenità quanto vi spieghiamo ora.

Il CFR muta nel tempo e nello spazio

Come è intuitivo, nelle epidemie, il corretto CFR può essere calcolato solo al termine dell’epidemia stessa, ovvero quando si ha una corretta idea del reale numero dei contagiati; tutte le stime che vengono prodotte durante l’epidemia altro non sono che delle approssimazioni. CFR muta quindi nel tempo, ma anche nello spazio; questo perché dipende essenzialmente da come è distribuita demograficamente la popolazione (quali fasce d’età sono più a rischio), e da quanto siamo in grado di confermare la positività al test (quanti ne facciamo, a chi li somministriamo, eccetera). Focalizzandoci solamente sul suo cambiare nel tempo, è interessante notare come il CFR in Italia per Covid19 sia passato dal 3,1% al 7,2% nel periodo 24 febbraio-17marzo: queste discrepanze non riflettono un aumento di gravità della malattia, quanto più un artefatto statistico. Essendo nel mezzo dell’epidemia, conosciamo infatti solo la letalità apparente. Perché apparente? Perché non conosciamo il vero I.


Facciamo un esempio per capire meglio: se di 500 persone positive per Covid19 ne muoiono 10, avremo un CFR del 2%. Ma siamo sicuri di aver identificato tutti gli infetti correttamente? Sono davvero 500 o ne abbiamo dimenticato qualcuno? Ecco che, se gli infetti reali sono in realtà 1000, i 10 decessi portano ad avere un CFR di 1%. Col passare dell’epidemia e la nostra incapacità di controllare davvero il corretto denominatore le stime del CFR possono essere largamente distorte. Il dato quindi oscilla in misura dei metodi di rilevazione che vengono impiegati; è questo anche il motivo per cui il nostro CFR è molto più alto di altri paesi.

Perché CFR è il protagonista nella progettazione della riapertura?

Ci sono varie risposte a questa domanda, e dipende con che occhi si guarda il problema: se si indossando gli occhiali dell’epidemiologia, la risposta più rilevante in una logica di riapertura, è che stiamo appunto sottostimando il denominatore I, ovvero il numero dei malati reali.

È sempre più difficile, infatti, circoscrivere il contagio, e il numero dei casi accertati con il test è sempre più piccolo rispetto ai casi reali (il 30 marzo l’Imperial College è arrivato a stimare che sarebbero 6 milioni i reali contagi in Italia). Anche nel caso in cui non avessimo nuovi casi accertati con i tamponi, e CFR si stabilizzasse, non è detto che questo numero sia davvero stabile, né che zero casi nuovi corrispondano a zero casi reali. Se non consideriamo tutti i casi invisibili, ecco che basterà poco perché la curva epidemica ricominci a crescere esponenzialmente.

Un altro valore da tenere d’occhio è l'R0

Un altro valore che in queste settimane è stato largamente citato, e che però non siamo più in grado di rilevare correttamente poiché non conosciamo il reale denominatore I, è il basic reproduction number, o anche detto R0, ovvero il tasso di riproduzione, che indica la potenziale trasmissibilità della malattia. Fino a quando R0 sarà maggiore di 1, e quindi fino a quando un individuo infetto contagerà più di una persona, il numero di infetti aumenterà esponenzialmente. Purtroppo, è impossibile misurare correttamente anche R0 alla luce della nostra impossibilità di determinare con certezza quanti siano gli individui suscettibili al contagio.

Tornare indietro nel tempo è impossibile, come è impossibile correggere gli errori fatti all’inizio della pandemia, quando non si sono individuati correttamente i criteri per l’identificazione della popolazione a rischio e non si è praticato uno screening sistematico degli infetti. Dobbiamo essere cauti per non incorrere in un ulteriore errore: se porremo fine al nostro confinamento sulla base dell’apparente stabilizzazione della letalità, o su una stima di R0 vicino a 1, senza però avere pronto un programma di screening sistematico per i “liberati”, l’eventualità di una ricaduta è molto probabile.

È indispensabile entrare, prima o poi, in questa tanto aspettata Fase 2, ma bisogna che tutti, dalle amministrazioni ai singoli cittadini sappiano come è corretto agire. È indispensabile che si mantengano per diverso tempo le norme di distanziamento sociale; che vengano prese le corrette misure sopracitate atte a rintracciare per quanto possibile tutti i potenziali ancora contagiosi con screening rigorosi; che ognuno di noi resti a casa alle prime lineette di febbre sul termometro; che non si urli al “cessato allarme” al primo segno positivo di ripresa e che rimanga alta l’allerta nelle strutture ospedaliere. Che ognuno di noi continui a lavarsi le mani e mantenga le corrette norme di igiene in ambiente domestico, e metta in conto che è forse meglio aspettare per andare allo stadio, o al cinema, o a teatro.

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