Attacchi di panico: capire, prevenire, curare

“Se salgo in ascensore mi vengono gli attacchi di panico”. “Ho avuto un attacco di panico”. “In questo periodo sono nervosissimo/a per il lavoro tanto che la sera mi vengono addirittura gli attacchi di panico”.

Spesso sentiamo da amici o conoscenti frasi di questo tipo, che fanno tutte riferimento ad un disturbo particolare, ovvero il disturbo da attacchi di panico, che tuttavia è spesso poco conosciuto, pertanto abusato o utilizzato erroneamente. In questo articolo cercheremo di capire cosa è un attacco di panico (e distinguerlo quindi da ciò che attacco di panico non è), perché colpisce alcune persone e come si può curare.


Attacco di panico

Per “attacco di panico” si intende una crisi di angoscia che si manifesta acutamente, senza alcun motivo apparente, sotto forma di una sensazione di minaccia profonda per l’integrità fisica e psichica della persona, vissuta con un senso di totale impotenza e accompagnata da sintomi fisici quali; tachicardia, palpitazioni, giramenti di testa, vertigini, senso di fame d’aria, formicolii, nausea, vomito, secchezza della bocca, ronzii alle orecchie e appannamento della vista.

Per essere definito tale, un attacco di panico deve avvenire senza un motivo apparente, senza una causa evidente che lo scateni. Pertanto, la crisi d’ansia che assale i claustrofobici quando prendono l’ascensore o si ritrovano in un luogo chiuso non è un vero e proprio attacco di panico, ma è piuttosto una sensazione di paura intensa che può avere caratteristiche simili dal punto di vista psichico - fisico ad un attacco di panico vero e proprio. Anche la sensazione di ansia che ci assale, per esempio, in un momento di particolare stress lavorativo, quando abbiamo magari una scadenza ravvicinata per un progetto da consegnare al capo, o mentre prepariamo un esame all’università e pensiamo all’esame stesso, sebbene possa essere molto simile per la sua presentazione clinica, non rappresenta un vero e proprio attacco di panico come spesso si tende erroneamente a definire.


Secondo il DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), affinché si possa diagnosticare il disturbo da attacchi di panico sono necessari almeno due attacchi di panico separati nel tempo.

Spesso l’attacco di panico si accompagna ad un intenso malessere al pensiero di rivivere nuovamente quelle sensazioni spiacevoli, soprattutto in pubblico, e questo può far si che si verifichino due fenomeni collaterali, ovvero:

  • l’agorafobia, ovvero la paura degli spazi aperti;

  • l’ansia anticipatoria, ovvero una sensazione di ansia costante e pervasiva dovuta al timore che l’attacco di panico possa presentarsi nuovamente.


Quindi l’attacco di panico, per quanto agli occhi di una persona inesperta possa essere molto simile ad una reazione fobica, si distingue da quest’ultima per la presenza o meno dell’oggetto fobico: la crisi di paura riconosce sempre la presenza dell’oggetto che l’ha scatenata (il luogo chiuso per i claustrofobici, il pensiero dell’esame per lo studente in sessione d’esame, l’altezza per chi soffre di vertigini…), nell’attacco di panico l’oggetto che scatena la crisi è assente, o per meglio dire non visibile alla coscienza.


Quindi, se non è causato da un “oggetto” visibile, da cosa è causato l’attacco di panico?

Per provare a rispondere a questa domanda, dobbiamo partire da un presupposto fondamentale: il disturbo da attacchi di panico ha sempre un’origine psicologica. Gli attacchi di panico, infatti, nonostante si manifestino con dei sintomi fisici, anche molto intensi, sono un disturbo la cui causa va ricercata all’interno di problematiche psicologiche irrisolte, nascoste alla coscienza e “depositate” nell’inconscio. L’inconscio è quella componente della vita psichica che non raggiunge la coscienza, ma che opera dentro ciascun individuo senza che questo stesso ne sia consapevole.

Il fatto che ognuno di noi, durante il giorno, pensa, agisce e si relaziona con le altre persone in maniera differente da tutti gli altri, è la diretta conseguenza del fatto che le nostre esperienze relazionali, soprattutto quelle che avvengono durante l’infanzia, ci portano a strutturare un pensiero non cosciente che ci guida poi in tutte le nostre future scelte, amicizie, amori e interessi.

Ora, se le esperienze relazionali ed affettive della prima infanzia sono sufficientemente “buone”, si sviluppa un inconscio sano, che per quanto differente per ciascuno, permette di vivere una vita affettiva soddisfacente. Ma che succede nel caso in cui invece qualcosa andasse storto, e durante l’infanzia si dovessero vivere esperienze relazionali traumatiche o non sufficientemente appaganti per il bambino? Potrebbe succedere, appunto, che questi conflitti si vadano a nascondere in questo contenitore chiamato inconscio e, senza che il soggetto capisca il perché, diano luogo a vari disturbi psicologici, come la depressione, le fobie, il disturbo ossessivo compulsivo e, per l’appunto, gli attacchi di panico.

Per questo gli attacchi di panico devono essere letti come un modo che ha l’inconscio di comunicare, di rendere cosciente, il fatto che nella vita di quella persona che ne soffre qualcosa non sta andando come dovrebbe, qualcosa che riguarda le relazioni, le ambizioni e il pensiero di questa stessa persona.

Insomma, gli attacchi di panico non sono altro che un sistema che la mente ha trovato per comunicare, attraverso il corpo.


Quale è la cura?

“Ma quindi, se soffro di attacchi di panico, cosa posso fare per stare meglio?”

Il trattamento degli attacchi di panico può avvalersi di terapie farmacologiche di supporto ma la vera e propria terapia definitiva, per le origini psicologiche del disturbo stesso, non può essere altro che la psicoterapia.

Esistono vari orientamenti psicoterapeutici, e non tutti sono adatti a ogni tipo di paziente. Bisognerebbe sempre cercare di trovare l’approccio più indicato per la persona che chiede aiuto, ma una psicoterapia che sia finalizzata alla risoluzione dei conflitti alla base del disturbo stesso (ovvero la psicoterapia psicodinamica) è quella che, a lungo termine, consente i migliori risultati.

Questo perché la psicoterapia permette, attraverso un rapporto terapeutico, di “riscrivere” le fondamenta della vita psichica inconscia e correggere quello che non andava, per ristabilire un modalità di pensiero e di relazione più vicino possibile alla sanità.

Tuttavia spesso questo disturbo è molto invalidante, per questo è corretto tentare, qualora gli attacchi siano molto forti e frequenti, di aiutare il paziente anche con un supporto farmacologico.

Il trattamento in acuto degli attacchi di panico, ovvero nel momento in cui l’attacco di panico si manifesta (con tutti i sintomi prima elencati), si avvale soprattutto di farmaci ansiolitici appartenenti alla classe delle benzodiazepine. Sono da preferirsi le benzodiazepine ad azione breve-intermedia, come l’Alprazolam (Xanax®), il Lorazepam (Tavor®) o il Bromazepam (Lexotan®).

Tuttavia questa classe di farmaci, pur riducendo l’intensità e la durata dell’attacco di panico, non sono curativi, e per le caratteristiche farmacologiche di queste stesse molecole non possono essere assunti per periodi più lunghi di qualche settimana.

Quando però la frequenza degli attacchi è molto elevata, è giusto pensare ad un supporto farmacologico a lungo termine che riduca la frequenza degli attacchi e che consenta il recupero di uno stile di vita accettabile, nell’attesa che la psicoterapia faccia effetto. Questi farmaci sono generalmente appartenenti alla classe degli SSRI (Inibitori Selettivi della Ricaptazione della Serotonina), come la Paroxetina, la Sertalina, la Mirtazapina, il Citalopram o l’Escitalopram. Ovviamente per assumere questi farmaci è necessaria la prescrizione di un medico (l’unica figura professionale autorizzata a fare prescrizioni farmacologiche), mentre la psicoterapia può essere effettuata sia da un medico specialista in disturbi psichici, ovvero lo Psichiatra, sia da uno psicologo abilitato all’esercizio della psicoterapia.


Quindi il disturbo da attacchi di panico è un disturbo non solo curabile, ma anche guaribile. L’idea di doverci convivere, sebbene abbastanza diffusa e passivamente accettata da chi soffre di questo disturbo, è un’idea sbagliata. Gli strumenti terapeutici a disposizione sono tanti e molto variegati, ma la cosa più importante, per chi si trova ad affrontare questa situazione, è parlarne con il proprio medico di fiducia che saprà consigliare la terapia più adatta ed eventualmente indirizzare ad un medico specialista, ovvero lo psichiatra, per intraprendere il percorso di cura migliore possibile.




Federica Di Segni


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